Negli ultimi decenni, lo studio del disturbo post-traumatico da stress (PTSD) ha offerto una comprensione sempre più dettagliata delle sue cause e manifestazioni. Tra queste, emerge con chiarezza che il tipo di trauma vissuto – relazionale, come l’abuso o la violenza interpersonale, o non relazionale, come le catastrofi naturali – gioca un ruolo fondamentale nella sua eziologia e nel modo in cui si manifesta. Questo tema è centrale nell’articolo di Andrea Scalabrini e colleghi, che propone un’innovativa analisi delle risposte cerebrali associate ai diversi tipi di trauma utilizzando il modello gerarchico del sé.
PTSD relazionale e non relazionale: cosa accade nel cervello?
Il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) è una condizione complessa, e non tutti i traumi hanno lo stesso impatto sulla mente e sul cervello. Una recente ricerca ha indagato come esperienze traumatiche relazionali, come abusi o violenze interpersonali (PTSD-R), differiscano rispetto a traumi non relazionali, come catastrofi naturali o incidenti (PTSD-NR), in termini di risposte cerebrali. Questa distinzione è fondamentale per comprendere le diverse manifestazioni cliniche e impostare trattamenti mirati.
Come il cervello elabora i traumi: il modello gerarchico del sé
Gli autori della ricerca adottano un modello gerarchico del sé, che distingue tre livelli di elaborazione:
- Sé interocettivo: responsabile della percezione e regolazione delle sensazioni corporee interne, come il battito cardiaco o il respiro.
- Sé estero-proprioceptivo: si occupa dell’integrazione tra il corpo e l’ambiente esterno, come il movimento o le sensazioni tattili.
- Sé mentale: il livello più elevato, che permette di riflettere, simbolizzare e attribuire un significato agli eventi.
Questi tre livelli lavorano in sinergia per elaborare stimoli emotivi. Tuttavia, i traumi possono interrompere questa organizzazione, con effetti differenti a seconda del tipo di esperienza vissuta.
Differenze chiave tra PTSD-R e PTSD-NR
La meta-analisi di studi fMRI evidenzia come le risposte cerebrali si differenzino profondamente tra PTSD-R e PTSD-NR:
- PTSD-NR: In questi casi, il cervello mostra un’attivazione più intensa nelle aree associate al sé mentale, come la corteccia prefrontale mediale e l’area cingolata anteriore. Questo suggerisce che, nonostante il trauma, queste persone mantengono una capacità relativamente intatta di riflettere sugli stimoli emotivi. Tuttavia, possono sperimentare una regolazione emotiva instabile, oscillando tra stati di iperattivazione (come ansia e allerta costante) e dissociazione.
- PTSD-R: Chi ha subito traumi relazionali mostra un’alterata attivazione delle aree più primitive, legate al sé interocettivo (come l’insula e l’amigdala) e al sé estero-proprioceptivo (come la corteccia premotoria). Questo significa che l’elaborazione emotiva si radica a un livello corporeo, con una difficoltà nel raggiungere una riflessione simbolica. È come se il corpo rimanesse “bloccato” nel trauma, senza riuscire a tradurlo in pensieri o narrazioni più astratte.
Conseguenze del PTSD-R
Le implicazioni di queste differenze sono profonde e si riflettono nelle manifestazioni cliniche del PTSD-R:
- Regolazione emotiva primitiva: Le persone con PTSD-R spesso faticano a gestire le emozioni in modo consapevole. La regolazione emotiva avviene a livello corporeo, sotto forma di iperattivazione o iper-sensibilità. Questo può tradursi in risposte impulsive o difficoltà nei rapporti interpersonali.
- Sensazione di sé frammentata: La mancanza di integrazione tra i livelli del sé fa sì che queste persone abbiano difficoltà a percepire una coerenza interna. Si sentono scollegate da se stesse, come se non riuscissero a “mettere insieme i pezzi” della loro identità.
- Dipendenza interpersonale: Il trauma relazionale spesso compromette la capacità di fidarsi degli altri, ma allo stesso tempo crea un bisogno disperato di convalida esterna. Questo paradosso alimenta relazioni problematiche, che possono rinforzare il senso di insicurezza.
- Sintomi somatici: La predominanza del sé interocettivo e corporeo nel PTSD-R si manifesta spesso con sintomi fisici, come dolori cronici, tensione muscolare o disturbi gastrointestinali, che possono essere difficili da trattare.
- Mancata elaborazione simbolica: L’attivazione ridotta del sé mentale rende difficile dare un significato al trauma. Queste persone tendono a rivivere il dolore in modo grezzo, senza riuscire a trasformarlo in un’esperienza “narrata” che possa essere integrata nella loro storia personale.
Implicazioni per la terapia
Comprendere queste differenze apre la strada a trattamenti più specifici. Nel caso del PTSD-R, gli approcci terapeutici dovrebbero concentrarsi sulla ricostruzione di un sé integrato, partendo dai livelli corporei fino a quelli mentali. Tecniche come la mindfulness, l’approccio psicodinamico orientato al corpo e le terapie basate sulla relazione possono aiutare a riparare il senso di sé frammentato e a ristabilire la fiducia negli altri.
Al contrario, per il PTSD-NR, terapie più focalizzate sull’elaborazione simbolica, come la terapia cognitivo-comportamentale o l’EMDR, possono risultare efficaci, grazie alla conservazione delle capacità riflessive.
Conclusioni
Il PTSD non è una condizione uniforme. Traumi diversi lasciano segni distinti nel cervello e nel sé, influenzando profondamente il modo in cui le persone vivono il loro dolore. Comprendere queste differenze è cruciale non solo per offrire terapie più efficaci, ma anche per restituire a chi ha subito un trauma un senso di controllo e coerenza. La strada verso la guarigione parte dal riconoscimento e dalla valorizzazione della complessità di ogni esperienza traumatica.
Fonti: Scalabrini A., Cavicchioli M., Benedetti F., Mucci C., Northoff G. (2024). The nested hierarchical model of self and its non-relational vs relational posttraumatic manifestation: an fMRI meta-analysis of emotional processing. Molecular Psychiatry.
In foto: Scultura di Kumi Yamashita

