What was I made for?

“What Was I Made For?” è una canzone di Billie Eilish, scritta per la colonna sonora del film Barbie (2023), diretto da Greta Gerwig. C’è un momento, nella canzone in cui la voce si spezza. Non c’è virtuosismo, non c’è sforzo, solo un cedimento. Un istante di fragilità che risuona come un’esplosione silenziosa. Un colpo di tosse nell’anima. “What was I made for?” – Per cosa sono stata fatta? Una domanda che sussurra disperazione, un’interrogazione senza risposta che si spalanca nel vuoto.

La verità è che molti non la sentono affatto. Non perché abbiano trovato una risposta, ma perché hanno smesso di domandarsi. Perché dentro di loro il desiderio è un concetto estraneo, il vuoto è una geografia familiare, e l’identità è un’ombra che non riescono a toccare.

Il vuoto come condizione esistenziale

Nel film Barbie (2023), il personaggio principale attraversa una crisi ontologica: un mondo di plastica che si sgretola, la percezione di sé che si deforma, l’irruzione dell’angoscia in un’esistenza che era solo superficie. Barbie piange senza sapere perché, un pianto che non ha un oggetto, che non è per qualcuno o per qualcosa. È semplicemente il corpo che si accorge di essere vuoto.

Molti pazienti arrivano in terapia con questo stesso vuoto inciso sotto la pelle. Non sono disperati. Non sono neanche depressi nel senso classico del termine. Sono svuotati. Non sanno cosa vogliono. Non sanno cosa sentono. Non sanno nemmeno se sono davvero vivi.

L’alessitimia non è solo un’incapacità di riconoscere e nominare le emozioni. È uno stato di esilio da se stessi. Il desiderio è un suono lontano che non riescono a decifrare, l’identità un costrutto artificiale fatto di maschere sociali. Funzionano. Lavorano. Studiano. Si innamorano, a volte. Ma lo fanno come chi segue un copione senza aver mai letto la sceneggiatura.

E così, come Barbie, piangono senza sapere perché.  Chi soffre di dissociazione alessitimica non ha un problema evidente. Non si strappa i capelli. Non si lacera la pelle. Non urla ai margini della strada. Si spegne, lentamente.

Parlano di sé con una distanza chirurgica. Descrivono eventi traumatici come si parlasse del meteo. Non dicono mai “sono triste” o “sono arrabbiato”, perché non sanno cosa significhi sentire veramente qualcosa.

Hanno imparato a dissociarsi dalle emozioni prima ancora di riconoscerle. Hanno tagliato il filo che collega l’esperienza affettiva alla coscienza. Perché? Perché in un tempo lontano – un’infanzia non compresa, un amore non ricambiato, una violenza mai nominata – sentire era pericoloso. E così hanno smesso.

Ma il corpo ricorda e il corpo manifesta il vuoto in modi sottili e crudeli: stanchezza cronica, insonnia, somatizzazioni. Il corpo urla mentre la mente rimane in silenzio.

What was I made for?” è una domanda che implica l’esistenza di uno scopo. Ma per chi è alessitimico, il concetto stesso di scopo è astratto.

La terapia diventa allora un viaggio dentro il vuoto. Non per riempirlo subito – perché il vuoto non si riempie con soluzioni rapide o illusioni facili – ma per abitarlo senza paura. Bisogna imparare a desiderare. Ma il desiderio è una lingua straniera, e come ogni lingua, va appresa con pazienza.

Nel film, Barbie sceglie di diventare umana. Abbandona il mondo di plastica per entrare nell’imprevedibilità della vita reale. È un atto di coraggio: scegliere di sentire, anche quando sentire fa male.

Chi vive nella dissociazione alessitimica può fare lo stesso. Può cominciare a riconoscere la propria esistenza non come una funzione da svolgere, ma come qualcosa di vivo, pulsante, imperfetto.

Ed è qui che ci si spinge a cercare una risposta reale, un luogo in cui finalmente entrare in contatto. L’esperienza terapeutica diventa una lente d’ingrandimento, un corpo a corpo con il vuoto. La sfida è imparare a sentire anche quando sembra impossibile, dare un contorno ai colori indistinti che fluttuano dentro di noi. Non c’è magia istantanea, ma un lento percorso fatto di parole incerte, di emozioni sfiorate, di desideri appena sussurrati e poi gridati.

Forse la domanda “What was I made for?” non avrà mai un’unica risposta definitiva. Ma possiamo iniziare a sentirci parte di qualcosa. A capire che essere vivi non è un lusso estetico, ma una lotta quotidiana per allungare la mano oltre la vetrina e percepire il calore di un’emozione, anche quando fa male. E, in quel dolore, scoprire che quel vuoto non è la nostra condanna, ma il primo passo verso una libertà di sentire finalmente vera.